Corium

LE BORSE

Corium

DOCTOR BAG

So chi sono, so cosa voglio.

La borsa da cui tutto è iniziato

Dal latino corium, cuoio.

Un archetipo. Il punto da cui tutto ha inizio. La sintesi della femminilità.

Strutturata e determinata all’esterno, un piglio autorevole che cela una natura generosa e accogliente, Corium trova una sintesi senza compromessi nella personalità della donna che la sceglie per la sua giornata. Perfetta nei dettagli, come la lucida chiusura in plexiglass, capace di sorprendere nei materiali e nei colori: Corium è nera, in pelle liscia; bianca, per esaltare una texture unica come la superficie lunare; in nuance, in morbida pelle bovina grana dollaro, per osare. Elegante e di carattere, Corium è sicura e sinuosa nelle curve morbide del suo profilo e nel tocco di passione dell’interno rosso vivo. Un contrasto tutto femminile.

 

Nera, in vitello liscio, per una scelta indiscutibile, bianca per osare di più: porosa, screpolata come un muro grezzo, come una superficie lunare.
Classica ma con una nota di carattere in cervo colorato.

Il modello

Doctor bag con cerniera in plexiglass lucido e minuterie in acciaio a testa di vite. Portabile anche a spalla con tracolla borchiata allacciabile tramite moschettoni al manico. Ampia tasca frontale con fibbia in pelle o accessorio in metallo, chiusa con meccanismo a calamita. Fodera interna in tessuto con tre tasche interne di cui una con cerniera e una portacellulare.
Dimensioni:
Grande:
42 x 28 x 15 cm (cerniera:37 cm)
Media:
33 x 26 x 12 cm (cerniera:30 cm)
Pellami: Nera, liscia, in nappa di vitello. Bianca o nera in capra lavorata a mano. In pregiata pelle bovina con grana dollaro, nei seguenti colori: bianco, nero, nude, fango, ottanio e beige.

Oggi è una buona giornata. Domani la battaglia ricomincia, ma per stasera le nuvole sono state spazzate via…

Sono le sei di sera passate quando esco dal portone monumentale, dopo la seduta con la Commissione. La pioggia è cessata e il vento ha spazzato via le nuvole dal cielo. C’è persino il tempo di godersi l’ultima mezz’ora di luce. Passo fra le guardie al cancello e mentre mi allontano dal palazzo sento la tensione e la stanchezza scendere dalle spalle.

La seduta è stata faticosa. La preparavo da settimane: con l’approvazione di oggi, se siamo fortunati, il progetto arriverà dritto al Consiglio Generale senza modifiche.

Percorro il centinaio di metri che mi separa dal grande parcheggio alberato in cui sostano i taxi che portano parlamentari, diplomatici e tecnici come me da una riunione a un’altra, in giro per la città. Un tassista mi vede arrivare, apre la portiera e fa cenno educatamente di accomodarmi.

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    “Where, madam?” chiede mentre mi siedo.
    “Hotel Metropole, please.”
    Chissà come, si accorge che sono italiana e chiede:
    “Ha fretta, signora?”
    “No grazie, guidi pure con calma.”
    Discreto, sale a bordo e scivola nel traffico guidando con dolcezza: forse mi ha letto in faccia la stanchezza, e io gliene sono grata.
    Mentre poso la borsa sul sedile accanto a me e distendo le gambe, vibra il cellulare. Lo sblocco e c’è un messaggio di Caterina:
    “Capo, sei stata grande. Adesso facciamoglieli tirare fuori tutti, quei soldi! Ti aspetto per festeggiare.”
    Quella matta di Caterina. Dopo la seduta ero così stanca che quando si è avvicinata le ho detto solo “ce l’abbiamo fatta. Di tutto il resto ci occupiamo domani.”
    Rispondo subito:
    “Grazie a te, Cate, scusami se sono scappata. Domani festeggiamo: ora torno all’hotel e dormo fino a domattina ;-)”
    Se la merita Caterina, un po’ di festa: Mesi di lavoro, decine di persone da coordinare, migliaia di dati da raccogliere per arrivare in Commissione con un piano inattaccabile. Lo scoglio più grande sono sempre i membri freschi di nomina: con la loro ansia di mostrarsi operosi agli occhi dei propri governi finiscono per fare le pulci ad ogni proposta.
    E infatti due settimane fa, a colazione, Mark mi aveva messa in guardia: alcuni consiglieri avrebbero sollevato obiezioni sui costi. In certi ambienti, quando c’è crisi, la speranza sarà anche l’ultima a morire, ma la solidarietà è una delle prime. Il piano rischiava di rimanere bloccato in Commissione per mesi. Non potevo permetterlo: quel progetto, il più grosso a cui ci fossimo mai dedicati, significava risorse per centinaia di organizzazioni in tutto il mondo, con milioni di persone assistite.
    Ho telefonato a Caterina e le ho dato appuntamento in ufficio di lì a un’ora. Poi ho chiamato Antonio e ho annullato la nostra cena. Antonio è stato perfetto, come sempre: se c’è una cosa che amo di lui il è suo rispetto per il mio lavoro, anche quando è il primo a rimetterci. Credo proprio che stasera mi farò perdonare.
    Mentre sto pensando a lui, mi arriva un suo messaggio:
    “Ciao bellezza, mi ha scritto Caterina. Sei stata fortissima, come sempre. Scrivimi quando ti lasciano in pace.”
    Invece di rispondere, lo chiamo.
    “Ehilà, che tempismo. Sei già uscita?”
    “Ciao amore. Sì, sono appena salita in taxi. Hai cenato?”
    “No, ti aspetto per ordinare qualcosa in camera e ceniamo insieme. Sarai stanca.”
    “Sono stanchissima, non stanca. Ma stavo pensando che sono in debito di una cena con il marito più comprensivo del mondo e che quasi non vedo da settimane.”
    “Sicura che non sei troppo stanca?”
    “Sicura, se mi prometti di portarmi a letto entro mezzanotte.”
    “Ci mancherebbe, io ti porto a letto quando vuoi. Prenoto un tavolo. A dopo, bellezza.”
    “Ciao matto, a fra poco.”

    Oggi, quando sono iniziate le interrogazioni dopo la pausa pranzo, ha preso la parola un membro giovane, credo il più giovane di tutta la Commissione. Come previsto, ha sollevato perplessità sulle voci di spesa: in breve, il budget era troppo gravoso, specie per paesi come il suo. Fra i banchi diversi membri hanno annuito con convinzione.
    Ho prenotato una replica e giocato la mia carta:
    “Signor Presidente, forse posso far risparmiare tempo alla commissione rispondendo in anticipo a diverse obiezioni simili a quella appena espressa.”
    Da che mondo è mondo, non esiste un presidente di commissione che non apprezzi l’idea di risparmiare tempo e procedere con i lavori. Ho continuato:
    “Le ragione dell’obiezione sollevata sono comprensibili. Per questo, nelle ultime due settimane abbiamo modificato la ripartizione di spesa riducendo le quote richieste ai paesi più in difficoltà. Ho consegnato poco fa la nuova versione del progetto, che gli uscieri vi stanno consegnando in questo momento. Abbiamo già un consenso preventivo dei rappresentanti dei paesi più ricchi, che con la nuova formula dovranno contribuire maggiormente. Propongo una pausa di un’ora per studiare le nuove stime: se la nuova proposta soddisfa tutti potremo considerare risolta la questione e passare alla votazione.”
    Con un mezzo sorriso d’intesa, il presidente ha concesso la pausa. Ha apprezzato la mia mossa. Immagino la miriade di telefonate frenetiche che si sono succedute, in quell’ora, ma c’era troppo poco tempo per inventarsi qualche altro intoppo plausibile. Così, al rientro, uno dopo l’altro, i membri delle nazioni contrarie non hanno potuto far altro che ritirare le interrogazioni. A quel punto l’approvazione era una formalità.

    Il telefono squilla di nuovo, un altro messaggio. È Clara:
    “Ciao mamma, ho appena sentito il papà. Bravissima! Qui tutto bene. Non rispondere che sto per prendere l’aereo, ci vediamo dopodomani. Sono orgogliosa di te, un bacio.”
    Sorrido, spengo il telefono e lo infilo nella borsa. Per stasera ho sentito tutte le persone che valeva la pena sentire: il resto del mondo può aspettare.
    Mi allungo sul sedile, sbadigliando soddisfatta, finalmente. Il tassista, che finora è stato l’immagine della professionalità, si lascia scappare un’occhiata furtiva su di me, mentre mi ricompongo. Sì, sono orgogliosa di me, anch’io. Oggi è una buona giornata. Domani la battaglia ricomincia, ma per stasera le nuvole sono state spazzate via.
    Nel finestrino, ora che inizia ad imbrunire, incrocio il riflesso del mio sguardo. Anche fra i segni della stanchezza, chiari intorno agli occhi, il mio viso è sereno. Oggi so chi sono, so cosa voglio, e il futuro è dalla mia parte, almeno per un po’.

“Amo quel che il tempo ci porta, non quello che ci prende.”

“J’aime que le temps nous porte, et non qu’il nous entraîne.”
Marguerite Yourcenar