Sako

LE BORSE

Sako

TOTE BAG

L’emozione è il mio pane quotidiano

La sorprendente vita di tutti i giorni

Dall’esperanto sako, borsa, l’ispirazione per un accessorio versatile e accessibile.

Sako è una borsa pratica, capiente, per donne impegnate e dinamiche che non vogliono solo apparire, ma anche fare. Funzionalità è la parola d’ordine in giornate dense di impegni, da affrontare con grinta, senza rinunciare allo stile e al carattere: per questo la forma essenziale di Sako si completa con la lunga catena in metallo o plexiglass, sorprendente tocco di glamour che si trasforma in pratica tracolla a spalla, quando serve.

Perché fra le piacevoli abitudini quotidiane una donna sa sempre quand’è il momento di piacere, stupirsi e rischiare un po’.

Il modello

Borsa tipo shopper di forma rettangolare o quadrata.
Munita di catena in metallo brunito o plexiglass lucido e colorato, decorativa e funzionale (utilizzabile anche come tracolla a spalla). Pratica tasca interna in stoffa chiusa con cerniera, disponibile in vari abbinamenti di colore con l’esterno e ampia tasca in pelle portacellulare.
Dimensioni:
Grande: 30 x 16 x 43 cm
Media: 30 x 16 x 30 cm
Piccola: 15 x 7 x 21 cm
Pellami: crosta di vitello nei colori nero, lavanda, rosso, ottanio, bluette. Pelle verniciata nei colori bianco latte, giallo e roccia. Nappa di vitello nei colori salvia, azzurro e rosa pallido. Le versioni bicolor sono realizzate in pelle bovina con grana dollaro nei seguenti abbinamenti di colore: giallo e grigio; salvia e grigio; cipria e ametista.

Aveva riscoperto tutte quelle piccole gioie, giorno dopo giorno, che le avevano ricordato che non è mai finita finché non è finita…

Quel giorno e bambine avrebbero passato la mattina da Giovanna. Erano uscite presto e dopo averle accompagnate era andata dritta in centro per la spesa. Il lunedì, quando lo studio era chiuso, ne approfittava per quelle commissioni che non riusciva a fare gli altri giorni. Sua madre e anche Agneska, che l’aiutava in casa, si offrivano spesso di occuparsene al posto suo, ma lei ne approfittava il meno possibile.

Fare la spesa, riempire il frigo e la dispensa, non far mancare il necessario per sé e per le bambine era stato il compito che più di tutti le aveva dato un motivo per mantenere la rotta, impedendole di andare in pezzi nei momenti peggiori.

Quel giorno voleva sbrigarsi e tornare in tempo per godersi in segreto un po’ di pace in casa. Le ragazze erano il sole delle sue giornate, ma due preadolescenti non sono un gioco da ragazzi e una mattina di pausa tutto sommato ci voleva.

  • Continua a leggere...

    Mentre era in giro, aveva iniziato a piovere. Aveva fatto la spesa. All’inizio con cura, seguendo la lista: pane, latte, quelle cose lì. Poi, via via che riempiva il carrello, si era rilassata. Aveva ributtato in borsa la lista appallottolata e continuato a prendere cose sempre meno indispensabili. Quei gesti, ripetuti migliaia di volte, le diedero un senso rassicurante di familiarità, il piacere di riconoscere sugli scaffali, come vecchi amici, le confezioni che toccava ogni giorno in casa. I biscotti che piacevano a Silvia, il formato di pasta preferito di Gaia. Non le serviva una lista per riempire la loro vita di quei piccoli piaceri.
    Mentre posava tutto sul nastro della cassa pensò alle figlie: sperò che non facessero impazzire Giovanna. Le avrebbe restituito presto il favore: le loro figlie avevano legato subito e con Giovanna avevano preso, di comune tacito accordo, l’abitudine di scambiarsi le figlie, per dare qualche ora di riposo l’una all’altra.
    Mentre tornava, era uscito di nuovo il sole. Le nuvole si erano stirate sfilacciandosi come una tela sulla città ed era tornata la luce, prima a macchie sparse, che inondarono di riflessi ora una via, ora un’altra, poi sempre più decisamente. Ai primi di settembre l’estate non si era ancora ritirata del tutto e la pioggia era durata troppo poco per abbassare davvero la temperatura. Si accorse di aver voglia di fermarsi fuori, da qualche parte.
    Di fronte alla fontana della piazza una panchina al riparo di un albero era rimasta asciutta, ed era illuminata dal sole ancora abbastanza basso. Parcheggiò e vi si sedette, inspirando l’odore della strada e dell’erba che si asciugavano.
    Dietro la fontana, oltre la recinzione del giardino delle scuole elementari, un giardiniere ramazzava qualche foglia sparsa dal temporale. Entro un paio di settimane le bambine avrebbero ricominciato la scuola. La più grande quest’anno andava alle medie. Nel giro di pochi anni sarebbe diventata una donna. Giovane, inesperta, ma una donna. E la sorella l’avrebbe seguita, a breve distanza. Al pensiero della confusione, delle emozioni contrastanti, degli entusiasmi e delle litigate che avrebbero riempito la loro casa, sorrise. La strada per diventare una donna è un cammino di contraddizioni costellato da istintive, inspiegabili certezze. Lei, forse, lo sapeva meglio di chiunque altro. Ma non era stato anche quello, in qualche modo, il bello?

    E poi c’era Marco, adesso. Sicuro, senza incertezze. Un uomo, non un ragazzo di quarant’anni. Era cliente del loro studio da un paio di mesi. Non lo seguiva direttamente, ma si erano incontrati nei corridoi e in sala riunioni, e lei aveva notato che i suoi sguardi duravano sempre un secondo di troppo. L’aveva corteggiata subito, appena si era accorto che lei non riusciva a evitare quegli sguardi. Un corteggiamento discreto ma inequivocabile. E lei, contro ogni sua aspettativa, non era scappata. Anzi.
    Quando ci pensava, sentiva ancora una punta d’imbarazzo: dopo tutto, innamorarsi di nuovo era l’ultimo dei suoi progetti. La sera a letto, quando le bambine finalmente dormivano e le capitava di pensare al futuro, l’idea di potersi emozionare di nuovo per qualcuno le era sembrata assurda. Non che non avesse più l’età, anzi. Era ancora nel fiore della sua femminilità: lo aveva letto spesso, nelle occhiate di certi clienti e colleghi, ma sembrava non importarle più.
    Pochi giorni dopo averlo conosciuto, invece, si era ritrovata davanti allo specchio, una sera dopo la doccia, e aveva dovuto ammettere con una punta di soddisfazione che quella che vedeva nuda nel riflesso era ancora una bella donna. Il dolore della separazione era ormai alle spalle, restava solo un velo di delusione e un leggero senso di vuoto per quel rapporto a cui pensava di aver dato tutto. E invece era arrivato lui, nel momento più giusto. Non tanto presto da essere un ripiego, una tavola a cui aggrapparsi nell’assordante mareggiata del suo dolore. Ma nemmeno così tardi da trovarla ormai a riva, fredda e inaridita.
    La settimana prima erano stati insieme per la prima volta, sempre con la complicità di Giovanna, che si era portata via le ragazze con la scusa di una pizza e un film, e se le era tenute anche a dormire. Quella sera, Marco aveva dimostrato di non avere solo la calma e la pacatezza, fra i suoi pregi. “Non si finisce mai d’imparare” pensò, mentre le scappava un sorriso compiaciuto e forse arrossiva un po’.

    Sotto l’albero, nel sole e nell’aria ripulita dal temporale, la brezza faceva un brusio, come il rumore di centinaia di manciate di riso gettate sul sagrato di una chiesa.
    Sembrava che ognuna di quelle foglie sussurrasse, con una sua propria minuscola voce, che il brutto tempo era passato. Si alzò e pescò dalla grande borsa le chiavi dell’auto, che per una volta trovò subito. In macchina l’accolse il profumo di pane fresco che veniva dal grande sacchetto marrone: rimase qualche secondo con gli occhi chiusi, a respirarne l’aroma.
    In fondo ne aveva passate abbastanza. C’erano stati momenti bui e momenti luminosi, smarrimento e fiducia. Ma aveva sempre avuto le figlie, il lavoro, le cose per cui non si era arresa. Aveva riscoperto tutte quelle piccole gioie, giorno dopo giorno, che le avevano ricordato che non è mai finita finché non è finita. Dolci o amare che fossero, la sua vita era ricca di emozioni intense. “Le emozioni”, si disse, “sono il mio pane quotidiano”.
    Avviò il motore e pensò che sarebbe andato tutto bene, finalmente.

Amo quel che il tempo ci porta, non quello che ci prende.

J’aime que le temps nous porte, et non qu’il nous entraîne.
Marguerite Yourcenar